Cheese è tornata. Per i quattro giorni tra il 21 e il 24 settembre ha riempito le strade dell’avamposto piemontese del buon mangiare, nonché sede operativa del movimento Slow Food, e alla fine ha avuto anche la benedizione del tempo.
La rassegna internazionale dedicata a tutte le “forme del latte” ha compiuto i suoi primi dieci anni (a cadenza biennale è stata inaugurata nel 1997) e ha chiuso con numeri che ormai non spaventano più: migliaia di visitatori e tantissimi stranieri (150mila secondo l’organizzazione di cui il 30% dall’estero), 186 bancarelle che hanno unito in un unico, grande e affollatissimo mercato le piazze Roma e Carlo Alberto, quintali di formaggi degustati e venduti.
In mezzo tutto un mondo non facile da raccontare neppure dopo averlo vissuto. Perché Cheese si è rivelato ancora una volta l’appuntamento adatto a tutti: agli appassionati che nella Gran Sala sono andati alla scoperta di autentiche specialità, agli addetti ai lavori per i quali non è mancata l’occasione di farsi conoscere, ai curiosi che forse ora si avvicineranno al formaggio non solo con la bocca, ma anche con naso, occhi e testa. La platea da continuare a catturare anche con la tavola, magari attraverso un carrello dei formaggi svecchiato dell’immagine classica e rinnovato con piccole e grandi specialità.
Venduti e degustati 450 kg del friulano Formadi frant (latte vaccino a diversi gradi di stagionatura, sale, pepe, panna), 400 kg del fiore sardo dei pastori (ovino, latte crudo intero), 7 forme (per 260 kg) del parmigiano reggiano di vacca bianca modenese e 20 (per 700 kg) da latte di vacca rossa, 280 kg di Castelmagno d’alpeggio (vaccino e maturato in grotte) tutelato, come gli altri, dalla Fondazione Slow Food per la Biodiversità Onlus.
La novità dell’anno è venuta dall’est. L’Europa dell’Unione si è allargata e Cheese non è stata da meno: un’apertura che in pratica si è tradotta nel brânza de burduf, un pecorino stagionato nella corteccia di pino in Romania; nel formaggio nel sacco, cacio della Bosnia a latte crudo vaccino e ovino maturato nella pelle di pecora; nell’oscypek, una sorta di “scamorzina” polacca di latte ovino dalla forma particolare (a fuso), affumicata e molto compatta.