Ci sono molti modi per imparare la cucina. I più iniziano la scuola alberghiera a 14 anni e dopo essersi diplomati crescono culturalmente e gastronomicamente solo imparando dai (in genere pochi) locali dove lavorano, che nell’unico giorno libero ci si riposa. Solo i più abili e fortunati riescono a fare stage nei grandi locali – stage semilegali che la legge italiana non li contempla se non tramite una scuola, ma questo è un altro, triste, discorso.
Poi ci sono altri che il destino spinge a lavorare, sia in sala sia in cucina, nei ristoranti, un po’ dovunque nel mondo, locali importanti e non, ma ci si arricchisce dovunque e comunque. Qualcuno poi abbandona ma qualcun altro si appassiona, studia e cresce avendo però alle spalle un’esperienza ristorativa impagabile. Questo è quanto è successo a Mariasole Capodanno.
A 18 anni va a Londra a studiare inglese, inizia naturalmente a lavorare, come cameriera prima e come barman poi e infine la fatale domanda: sai cucinare? Lei che a casa cucinava per gli amici avendo tutto imparato dalla nonna, risponde sì e inizia la sua avventura. Lavora in ristoranti di tutti i tipi, anche indiani, anche uno mongolo; in ogni caso, se vivi a Londra e ami la cucina acquisisci un ventaglio di esperienze impareggiabili. Lungo gli anni fa tanti lavori, metà di comunicazione e metà di cucina, e apre anche una catena di locali spagnoli in Italia.
Poi un suo spazio a Nizza, fissa in cucina, dove si rende conto che la cucina è il suo mestiere ma le basi, o meglio alcune delle basi, vanno affinate. Quindi un anno all’Alma e poi un altro, fondamentale, da Tona, alla Fermata di Casatenovo, dove completa la sua lunga preparazione. Alla fine con dei soci riesce a rilevare il suo locale, a Milano, sui Navigli, l’Osteria di Porta Cicca, che è stato il primo locale di Sadler.
La sua cucina è relativamente complessa – miracolosamente complessa se si tiene conto di quanto sono pochi in cucina. Comunque sono tutti piatti di facile e immediata percezione, che non spaventano nessuno. È, viene da dire naturalmente, una cucina piuttosto italiana, di tutta l’Italia, dalle Alpi alla Sicilia, nella scelta degli ingredienti e nel loro abbinamento e piuttosto internazionale e moderna nelle tecniche di cottura utilizzate, tecniche che peraltro, si sa, rispettano le materie prime, le buone materie prime, molto di più delle tecniche tradizionali, da sempre intrusive – ma è storicamente inevitabile se si pensa che fino a poco tempo fa si usavano casseruola di alluminio da 1 mm di spessore e quindi grassi in abbondanza.
Sintomatico del suo modo di cucinare un piatto, una texture di coniglio, con la coscia, la spalla e la sella cotte separatamente e servite insieme, ma anche i ravioli farciti di pesto e la nizzarda fatta con alici fresche. Il locale è bello, moderno, minimalista, con pochi oggetti alle pareti, dove dominano il grigio e il giallino. Il servizio è tranquillo, mette tutti a proprio agio e la carta dei vini, croce e delizia della top ristorazione, adeguata.