I congressi di cucina si arricchiscono, anno dopo anno, di facce nuove e chef desiderosi di apprendere l’ultima novità in fatto di tecnica o magari di vedere semplicemente un’idea a cui non avevano mai pensato.
Io per primo ne esco sempre arricchito, e per più di un motivo. Per la ricetta o l’ingrediente nuovo, per lo stare insieme a colleghi e amici – e per il fertile scambio di opinioni che ne consegue – per provare la cucina della città che ospita la kermesse...
Quindi solo aspetti positivi e adesione incondizionata a favore di queste manifestazioni? Ad essere pignolo, qualche lato negativo lo si può anche evidenziare, anche se più per i relatori che per i congressisti. Può capitare infatti che lo stesso conferenziere porti la stessa piéce in giro per tutti i raduni, o che – a causa di una comprensibile ansia da prestazione - il relatore di turno abbia l’ansia da prestazione nel preparare la sua performance e realizzi il piatto che chiamo ‘da congresso’ cioè quello bello da vedere ma che poi dal punto di vista squisitamente gustativo si rivela molto meno interessante.
Se pensiamo al numero di queste manifestazioni, la Spagna ci batte: i congressi oltre i Pirenei nascono e crescono come funghi, anche se il capostipite rimane San Sebastian (che buoni i pinchos in giro per i locali!), ma ricordo che già a settembre in Spagna, a Siviglia e Pamplona ci sono state due kermesse culinarie. Dal 21 al 24 gennaio prossimi poi sarà la volta di Madrid fusion e finalmente dal 27 al 30 gennaio a Milano i riflettori saranno sul congresso di Paolo Marchi, Identità Golose, che alla sua quarta edizione, quest’anno promette grandi cose. La Francia risponde con Omnivore nei docks di Leavre. Tutto questo è davvero fantastico: io per primo vedo cose che mi fanno sentire un bambino piccolo davanti a un lecca lecca!
Voglio finire raccontandovi cosa ha fatto Yamamoto a Siviglia: ha versato in una bottiglia la salsa che avrebbe fatto poi servire in un bicchiere. L’ha richiusa con un tappo di simil-sughero riprodotto con un tubero (tipo topinambur, quindi commestibile) e ci ha pure impresso il nome del vino! Non che la cucina moderna debba vivere di effetti speciali, ma vi assicuro che questi aiutano molto!