Dopo la Cina, l’India. Il mercato del vino si interroga sul rapporto tra l’Italia e i due colossi economici dell’Estremo Oriente.
I dati economici e di mercato lasciano ben sperare sull’affermazione dei vini italiani in India e in Cina anche se si tratta ancora di piccoli numeri.
In India il trend di crescita è evidente, con un balzo in avanti del 30% tra 2004 e 2005. Nei primi sei mesi del 2006, l’export di vino e di generi alimentari verso la Cina è addirittura raddoppiato, raggiungendo a fine anno i 10 milioni di euro.
L ’Italia, però, deve affrontare questi nuovi, vastissimi mercati attuando un discorso di qualità, il che non vuol dire solo qualità del prodotto, ma anche qualità della comunicazione riguardo alla storia, alla tradizione, al valore del prodotto stesso e a ciò che gira intorno ad esso. Occorre concertare una strategia sinergica in grado di esportare non un prodotto, ma un pacchetto-Italia nel suo insieme, anche se questo, tra egoismi, personalismi, gelosie di settore e quant’altro, da noi è sempre molto difficile. Infatti, quello che manca all’Italia è il collante politico.
Qui da noi non si è ancora formata una cultura di promozione del Paese nella sua globalità; penso a quanto fanno in proposito altre nazioni, come la Francia, la Spagna (che ci sta bagnando il naso in molti campi), persino la Germania: là esistono strutture e società appositamente pensate per organizzare grandi eventi all’estero. Quanto a noi, abbiamo l’Ice, dove confluisce di tutto, dall’alimentare al vino, dal tessile alle macchine da scrivere. Ma questo è un atteggiamento profondamente sbagliato: l’attenzione e l’analisi del fenomeno dovrebbero essere settoriale (solo così si possono mettere a fuoco i problemi), mentre la strategia di marketing dovrebbe essere globale e sinergica tra diversi settori produttivi. Per essere esclusiva, la proposta italiana può seguire una sola strada: quella dei valori aggiunti che sono solo nostri.
Cerchiamo anche di imparare dagli errori del passato: quando siamo andati col nostro vino alla conquista dei mercati di America e Giappone, noi italiani abbiamo puntato proprio su questo modello d’élite, offrendo prodotti a prezzi altissimi. Certo, inizialmente abbiamo venduto e guadagnato tanto, ma a medio termine tutto questo ci si è ritorto contro. Infatti abbiamo capito che l’obiettivo finale non è tanto quello di esportare massicciamente il nostro prodotto – non abbiamo né le quantità né la forza di penetrazione sui mercati di altri Paesi – quanto quello di importare qui da noi il consumatore straniero.